7a) Nicola Cusano. La teologia apofatica.
Anche in questo dialogo il Cusano ribadisce la dottrina della
dotta ignoranza di derivazione socratica. La forma dialogica
rende evidente la forte ispirazione platonica presente nel suo
pensiero. Bench tanti filosofi abbiano imitato Platone, dando
alle loro opere la forma del dialogo, nessuno  minimamente
riuscito ad uguagliare la sua arte. Fra le imitazioni migliori
questo scritto  di Cusano: De Deo abscondito.
Il filosofo cerca con una certa efficacia di far emergere la
necessit logica della Verit unica in un contesto in cui noi non
conosciamo le cose che superficialmente (per congetture); la loro
essenza ci sfugge sempre. Questa necessit logica  pari a quella
per cui l'unit sta a fondamento della serie dei numeri, eccetera
E' impossibile conoscere le verit delle cose se non si conosce la
Verit, la quale appunto  inconoscibile. Su queste premesse si
fonda la docta ignorantia.
L'interlocutore pone la questione:  possibile far coincidere Dio,
che  inconoscibile (= di cui non si pu sapere nulla) con il
Nulla? La risposta di Cusano  che Dio sta al di sopra del nulla
e del qualcosa; egli  ineffabile.
N. Cusano, De Deo abscondito.

Gentile. Oh! tu, che io vedo, devotissimamente prostrato, piangere
lacrime d'amore, e certo non ingannevoli, anzi sgorganti dal fondo
del cuore! Ma dimmi, di grazia, chi sei?.
Cristiano. Sono un cristiano.
Gent. Che cosa adori?.
Crist. Dio.
Gent. Ma chi  Dio che adori?.
Crist. Non lo so.
Gent. Come puoi tu adorare cos seriamente ci che non conosci?.
Crist. Perch ignoro, adoro.
Gent. Strano, io vedo qui un uomo che si attacca a qualcosa che
non conosce.
Crist. Pi ci sarebbe da meravigliarsi se un uomo si attaccasse ad
una cosa che egli credesse di conoscere.
Gent. Perch mai questo?.
Crist. Perch quello che egli pretende di sapere, lo sa meno che
quello di cui sa di non possedere la scienza.
Gent. Spiegati, per favore!.
Crist. A me sembra che non sia in s chiunque stimi di sapere
qualche cosa, poich nulla pu essere saputo.
Gent. Ma io ho piuttosto l'impressione che non sia intieramente e
affatto in senno tu, quando dici che nulla pu essere saputo.
Crist. Io intendo per sapere il prendere possesso della verit;
chi dice di sapere la verit, afferma con ci di essersene
impadronito.
Gent. E cos appunto credo anch'io.
Crist. Ma in che modo potrebbe essere afferrata la verit, fuori
dal caso che essa si colga da se stessa? Certamente non sarebbe
possibile afferrarla, qualora ci dovesse essere da una parte uno
che l'afferra e solo dopo di ci qualcosa come un oggetto
dell'afferrare.
Gent. Ma  questo che io non capisco, perch la verit non possa
essere afferrata altro che da se stessa, in modo esclusivo.
Crist. Tu pensi, allora, che essa potrebbe essere afferrata anche
diversamente e in qualcosa d'altro da s?.
Gent. Cos suppongo.
Crist. Allora tu manifestamente erri, poich fuori della verit
stessa non c' nessuna verit, come fuori della circolarit nessun
cerchio e fuori dell'umanit nessun uomo. Non si trover perci
nessuna verit fuori della verit stessa, n per altra via n in
qualcosa d'altro.
Gent. Ma in qual modo mi  allora noto che cosa sia un uomo, e che
cosa una pietra, e cos via, per ogni singola cosa che so?.
Crist. Ma tu non conosci veramente nulla di tutto ci; tu hai solo
la pretesa di conoscerlo. Se io ti interrogassi sulla essenza in
particolare di ci che tu pretendi di conoscere, allora tu mi
dichiareresti di non saper esprimere l'autentica verit dell'uomo
o della pietra. Tu sai che l'uomo non  una pietra, ma questo non
ti risulta affatto da un sapere per cui tu possa effettivamente
capire e l'uomo e la pietra e in che cosa stia la loro differenza.
Ci ti risulta piuttosto solo da qualcosa di accidentale, dalla
diversit del comportamento e della figura, e sulla base di questa
distinzione tu imponi nomi diversi. Cio  solo un'attivit della
ragione descrittiva che impone i nomi.
Gent. C' allora una sola verit, o ce ne sono molte?.
Crist. Non ce n' che una, perch c' solo una unit. E verit e
unit coincidono, dacch vero  che l'unit  una. Come dunque in
ogni numero si trova soltanto la stessa unit, cos nelle molte
cose solo la stessa verit. Perci chi non perviene all'unit non
intender mai il numero, e chi non attinge la verit nell'unit
non pu effettivamente e veracemente intendere nulla. E bench
egli pretenda di sapere veracemente qualcosa, se tu potessi
cogliere quella stessa cosa nel suo sapersi da se stessa, allora
questa sarebbe pur saputa in modo pi conforme a verit: da occhi
pi acuti dei tuoi, infatti, essa potrebbe essere vista in modo
pi verace. Tu non la vedi dunque cos come essa potrebbe essere
vista in tutta la sua verit; e la stessa cosa si dica per l'udito
e per gli altri sensi. Ma poich tutto quel che noi sappiamo, non
lo sappiamo di quel sapere di cui esso potrebbe esser saputo, cos
esso non nella sua verit viene saputo, ma con qualche differenza
e per altra via. Ma con differenze e per altra via, rispetto al
modo in cui la stessa verit in s si trova, essa non pu essere
saputa. Perci  fuori di senno chi pretende di conoscere qualcosa
secondo verit, quando tuttavia non conosce la verit stessa. E
non sarebbe allo stesso modo fuori di senno un cieco che
pretendesse di conoscere le differenze dei colori ignorando il
colore?.
Gent. Quale uomo dunque sa, se nulla pu essere saputo?.
Crist. Chi si sa ignorante, questi  da ritenersi sapiente; e
onora la verit chi sa che senza di essa uno non pu afferrare
nulla, n l'essere, n la vita, n l'intelligenza.
Gent. Forse  questo che ti ha tratto all'adorazione: il desiderio
di essere nella verit.
Crist. Questo, appunto, che dici. Onoro infatti Dio, ma non quello
che falsamente i Gentili come te credono di conoscere e cui danno
un nome, ma Dio che  la verit ineffabile.
Gent. Io ti chiedo, fratello, qual  la differenza fra voi e noi,
se tu presti il tuo culto a un Dio che  [solo] verit, e noi non
badiamo a prestare il nostro a [questo] Dio, che non  mai in
verit Dio [comunque lo si determini]?.
Crist. Ce ne sono molte; ma in ci sta l'essenziale e massima, che
noi onoriamo la stessa assoluta verit, non mescolata, eterna ed
ineffabile, e voi invece non la verit stessa onorate, quale  in
s assolutamente, ma come  nelle sue opere; non l'unit per se
stessa, ma l'unit nel numero e nella molteplicit; e in ci voi
errate, poich la verit, che  Dio, non  comunicabile in altro.
Gent. Io ti chiedo, fratello, di rispondermi, se vuoi portarmi al
punto di poterti capire, sulla questione del tuo Dio: che cosa sai
del Dio che adori?.
Crist. So che tutto ci che so non  Dio, e che tutto ci che io
posso concepire non ha con Lui somiglianza, ma che Egli sta al di
sopra.
Gent. Nulla quindi  Dio.
Crist. Egli non  come il nulla, poich questo stesso nulla ha un
nome: quello di nulla.
Gent. Se non  il nulla, allora  qualche cosa.
Crist. E neppure  qualche cosa; infatti qualche cosa non  ogni
cosa, e Dio non  invece piuttosto qualche cosa che ogni cosa.
Gent. Cose strane, sono queste che tu affermi, che il Dio che tu
adori non sia il nulla e neppure sia qualche cosa; cose che
nessuna ragione pu comprendere.
Crist. Dio  al di sopra del nulla e del qualcosa, poich a Lui
obbedisce il nulla per diventare qualche cosa. In ci sta la sua
onnipotenza, e per questa potenza in verit Egli trascende tutto
ci che  o non , in modo che tutto ci che , e ci che non ,
Gli obbediscano. Egli infatti fa che il non essere passi
nell'essere, e l'essere nel non essere. Egli infatti non  nulla
delle cose che stanno sotto di Lui, e avanti alle quali sta la sua
onnipotenza. E perci non pu esser detto questo piuttosto che
quello, poich da Lui vengono tutte le cose.
Gent. Non Gli si pu dare neppure un nome?.
Crist. Piccola cosa  ci cui si pu dare un nome; ci la cui
grandezza non pu essere concepita, rimane ineffabile.
Gent. Egli  dunque ineffabile?.
Crist. Non  ineffabile, ma pi esprimibile di tutte le cose,
essendo la causa di tutte quelle cui si pu dare un nome. E come
potrebbe essere senza nome quello stesso che ne d uno alle altre
cosa?.
Gent. Egli  dunque esprimibile ed ineffabile.
Crist. Neppure questo. Infatti Dio non  la radice della
contraddizione, ma  la stessa semplicit, anteriormente ad ogni
radice. Perci neppure questo deve esser detto, che Egli sia
insieme esprimibile ed ineffabile.
Gent. Che cosa dunque dici di lui?.
Crist. Che Egli n ha un nome, n  senza nome; e che neppure Egli
ha e non ha insieme, un nome; ma che tutte le cose che si possono
dire o alternativamente o congiuntivamente, per concordanza o per
contraddizione, non Gli convengono, data la sovraeccedenza della
sua infinit, in modo tale che Egli rimane l'unico principio,
anteriore ad ogni concetto che ci si possa fare di Lui.
Gent. Cos allora a Dio non spetterebbe l'essere.
Crist. Appunto.
Gent. Dunque Egli  nulla.
Crist. Non  il nulla, n  vero che non lo sia, e neppure che lo
sia e non lo sia insieme; ma Egli  la fonte e l'origine di tutti
i princip dell'essere e del non essere.
Gent. Dio  allora la fonte dei princip dell'essere e del non
essere?.
Crist. No.
Gent. Ma l'hai appena detto, questo.
Crist. Ho detto il vero quando l'ho detto, ed ora dico il vero
negandolo. Perch, se c' un qualunque principio dell'essere e del
non essere, Dio viene prima di esso. Ma il non essere non ha come
principio il non essere, ma l'essere; per essere se stesso infatti
il non essere ha bisogno di un principio. Per questa via pertanto
il principio del non essere , poich senza di esso il non essere
non sarebbe.
Gent. Forse che Dio non  la verit?.
Crist. No, Egli viene invece prima d'ogni verit.
Gent. Cos Egli  diverso dalla verit.
Crist. No, perch non Gli pu convenire la diversit; ma Egli 
prima di tutto ci che noi intendiamo per verit e cui diamo
questo nome; e lo  in modo eccedente, all'infinito.
Gent. Ma forse che non date un nome a Dio, quando lo chiamate
Dio?.
Crist. Glielo diamo.
Gent. E dite il vero o il falso?.
Crist. N l'una di queste due cose, n tutt'e due. Non diciamo
infatti secondo verit che quello sia il suo nome, n diciamo il
falso, perch non  falso che quello sia un suo nome. N diciamo
il vero e il falso contemporaneamente, poich la Sua semplicit
sta prima di tutto ci che pu avere un nome, come di tutto ci
che non pu averne.
Gent. Perch lo chiamate Dio se ne ignorate il nome?.
Crist. Per avere una immagine della perfezione.
Gent. Spiegati, per favore.
Crist. Dio si dice da theoro, cio vedo. Infatti Dio  in
rapporto a noi quello che  la vista nel dominio del colore. Il
colore infatti non pu essere colto se non dalla vista, ma
affinch questa possa liberamente cogliere ogni colore, il centro
visivo  privo di colore. Nel campo del colore non si trova dunque
la vista, poich essa non ha colore. Considerata perci in
rapporto al campo del colore la vista  piuttosto nulla che
qualche cosa; infatti il campo del colore non ammette realt fuori
di esso, ma afferma che tutto ci che ,  nel suo campo, e in
questo la vista non si trova. La vista, quindi, esistendo fuori
del colore, non ha un nome nell'ambito di questo, dato che nessuno
dei nomi dei colori corrisponde ad essa. La vista ha per dato un
nome ad ogni colore, riuscendo a distinguerlo. Perci dipende
dalla vista ogni nome che nell'ambito del colore viene dato, ma il
suo nome, da cui in quell'ambito viene ogni nome, vi si trova ad
essere pi un nulla che qualcosa. E Dio sta quindi a tutte le cose
come la vista sta a quelle visibili.
Gent. Mi piace ci che hai detto, e comprendo chiaramente come
nell'ambito di tutte le creature non si trovi Dio, n il suo nome,
e che Egli sfugga piuttosto ad ogni concetto; e che non lo si
possa affermare come qualcosa, poich non pu trovarsi nell'ambito
delle creature, non avendo condizione di creatura. E che
nell'ambito dei composti non si trovi se non ci che  composto. E
che tutti i nomi che si proferiscono sono nomi di composti. E
bench l'ambito dei composti, ed ogni composto, siano per opera
Sua ci che sono, tuttavia Egli rimane sconosciuto nell'ambito dei
composti, non essendo composto.
Sia dunque benedetto per i secoli il Dio che  nascosto agli occhi
di tutti i sapienti del mondo. Amen.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
sesto, pagine 1093-1098.

G. Zappitello, Antologia filosofica,, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno.
7b) Nicola Cusano. Dio  al di sopra anche del dubbio.
Ancora un esempio di teologia apofatica. A proposito della
domanda: "Dio esiste?" la risposta di Cusano  che Dio 
l'indicibile. A Lui non si arriva n per la via positiva, n per
la via negativa. Egli si pone al di sopra dell'affermazione, della
negazione e anche del dubbio.
N. Cusano, L'idiota, l. secondo.

Quando perci tu ti sia chiesto se Dio esista, rispondi con ci
che  implicato dalla questione, e cio con l'affermazione che
Egli esiste perch  l'entit implicata nella questione. E cos
nel caso che qualcuno si sia chiesto che cosa sia Dio, poich una
tale questione presuppone che la quiddit sia, tu risponderai che
Dio  la stessa quiddit in assoluto.
[...].
Aggiungi che Dio, essendo infinta rettitudine e necessit
assoluta, nessuna questione fondata sul dubbio Lo raggiunge; ogni
dubbio  al contrario certezza in Dio. Ma per la stessa ragione,
ogni questione circa Dio  incapace di risposte degne di questo
nome, e precise, essendoci solo una ed infinita precisione, cio
Dio stesso.
[...].
In modo che alla questione se Dio esista, bisogna secondo una via
positiva rispondere sulla base della questione implicata, e cio
che Egli esiste ed  la stessa entit in assoluto di cui si
discorre; ma secondo una via negativa c' da rispondere che Egli
non , poich, secondo questa via del silenzio, nessuna conviene a
Lui delle cose che possono esser dette, ma in conformit a ci che
 al di sopra delle vie e positiva e negativa, bisognerebbe dire
che Egli n  l'assoluta entit, n non lo , n sta nell'unit
del suo esserlo e non esserlo insieme, ma al di sopra. Ora penso
che tu capisca ci che voglio dire.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
sesto, pagine 1109-1110.
